BUONA VISITA

Il patrimonio artistico di Chioggia, e la sua posizione unica nella laguna fanno sì che la città ci appaia sospesa tra cielo e mare. Le calli tutte perpendicolari al corso e parallele tra loro, sembra vogliano formare una spina di pesce, lasciando spazio, un po’ qua un po’ là, a magnifici campielli; il tutto colorito da spettacolari camini. I canali solcati da antiche imbarcazioni, come per magia riflettono palazzi e ponti rendendoli vivi. La popolazione amante della vita all’aperto, dotata di un gergo proprio e di un accento unico, rendono l’isola inimitabile.

 

 

 

 

                            Pianta della città di Chioggia

PALAZZI

 

 1) Il Municipio

Fondato forse nel 1227, nominato per avervi alloggiato Federico Barbarossa, ci viene lasciato in eredità una sommaria descrizione dal vescovo Morari, che viene citato nelle sue scritture seicentesche nel seguente modo: “ il palazzo per la sua forma mi si dà a credere che fosse incasellato, poiché vi sono ancora due torri con li merli o balestriere sopra le mura da un’altra torre; et hora è ampliato da altre fabriche  et è in mezzo la città tra la piazza e la vena, et è probabile che avesse l’acqua atorno per la struttura della scala, che ad esso si ascende”. Un rilievo del pianterreno effettuato nel 1807 ad opera dell’ingegnere Cesare Fustinelli e del capitano Ganassa, è conservato al museo Correr di Venezia ; unico frammento superstite del vecchio palazzo pretorio, rimane l’apparato decorativo della scalinata barocca, situata nella sponda del canale Perottolo  chiamata anche “refugium peccatorum”. 

A seguito di un incendio nella notte tra il 9 e il 10 Gennaio 1817, causato da un scaldino usato dagli impiegati comunali al lavoro nel vecchio palazzo, si crearono notevoli danni tra cui la distruzione di alcune stanze adibite agli uffici finanziari e parte di quelle utilizzate come carceri, oltre allo sfondamento di alcuni soffitti.Il tragico evento creò le basi per procedere alla demolizione del vecchio palazzo pretorio ed alla progettazione del nuovo municipio. L’incarico di progettare la nuova costruzione, fu assegnato all’ingegnere De Paoli che nel 1828 presentò il progetto finale del palazzo; nel 1839 iniziarono i lavori di costruzione per concludersi nel 1847 dove successivamente il comune prese possesso dei locali. 

                                                                                                                                                     S. Varagnolo

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 2) Palazzo Grassi

  Uno dei più importanti palazzi di Chioggia, in termini artistici, architettonici, e soprattutto storici risulta essere proprio palazzo Grassi.Voluto dalla famiglia Grassi, si presume che sia stato concepito attorno alla fine del XVII sec.; l’architetto o chi lo ha progettato è ancora da stabilire con certezza, come la data effettiva  dell’edificio compiuto non è ancora sicura, ma piuttosto ci sono una serie di indizi e testimonianze storiche che farebbero pensare ad una costruzione che và dal 1660 al totale compimento della fabbrica nel 1711, per quanto riguarda il nome del suo progettista, sono stati portati in causa, Andrea Tirali e Baldassarre Longhena, ma in entrambi i casi sorgono dei dubbi che rendono difficile la sicura paternità dell’edificio in questione.Potrebbe trattarsi anche di un iniziale intervento da parte del Longhena e successivamente un secondo intervento a lavori non ancora conclusi del Tirali a cui si può attribuire il giardino monumentale.

Breve storia della famiglia Grassi

Di antica origine bolognese, furono presenti in Chioggia dal 1230, per aggregarsi alla cittadinanza di Chioggia in maniera definitiva nel 1646, che con l’occasione parteciparono alla guerra di Candia versando fondi economici pari a centomila ducati, che consentirono alla famiglia Grassi l’ingresso alla nobiltà veneziana.Questa famiglia diede alla società clodiense e veneziana in generale, molti vescovi ed altrettante badesse soprattutto nel territorio chioggiotto, quasi a rimarcare una certa vocazione ecclesiastica. Dopo l’ingresso nella nobiltà veneziana ci fu uno spostamento di una certa parte della famiglia verso Venezia, anche se và detto che in Venezia erano già presenti membri della famiglia Grassi prima di divenire nobili.A Venezia diedero seguito alla costruzione del Palazzo Grassi di S. Samuele, forse l’ultima grande fabbrica del Canal Grande, consolidando il potere nobiliare ed economico oltre che d’immagine pubblica.Per capire però il legame di questa famiglia alla città di Chioggia è sufficiente citare come si autodefinisce Paolo Grassi che ormai risiede a Venezia: “ di Chiozza abitante in Contrada di S. Vidal” , legame questo, sempre mantenuto da questa famiglia, tanto che continuarono a farsi seppellire nel territorio di Chioggia anche dopo il trasferimento a Venezia.                                                       

                                                                                                                                                S. Varagnolo

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 3) S. Francesco Fuori le Mura

Antichissimo risulta essere il sito francescano fuori la Porta Garibaldi della città di Chioggia,  in costruzione già nel 1315, comprensivo di chiesa e convento, successivamente distrutto nella guerra di Chioggia dai genovesi, per essere ricostruito nel1433, ma al 1466 non ancora completato. Nel 1797 con la fine della Serenissima, il complesso fu abbandonato dai francescani; nel 1830 il convento annesso alla chiesa risulta distrutto, mentre la chiesa viene utilizzata da prima, come deposito militare, successivamente come magazzino comunale, attualmente, dopo accurato restauro è divenuto il Museo Civico della città di Chioggia

                                                                                                                                   S. Varagnolo

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 4) Il Palazzo Granaio

Unico esempio di edificio risalente a prima della guerra di Chioggia del 1379 sopravvissuto in città; anticamente costruito per la conservazione delle provviste di grano, è costituito, da un colonnato che sorregge sostanzialmente un unico piano che si affaccia sia nella Piazza che nella Vena. Originariamente il colonnato lasciava completamente libero il passaggio dalla piazza alla pescheria, situata proprio sulla riva vena. Dal 1862 al 1866 si avviò un progetto di restauro ad opera dell’ingegnere Eugenio Brusomini, che cambiò il volto del palazzo Granaio, da costruzione semplice nella conformazione con finestre squadrate, ma di grande effetto dato dal colonnato al pian terreno, a edificio in stile neo gotico con ampi finestroni ad arco acuto, provvedendo anche all’occlusione di parecchi dei passaggi della piazza e della vena, ricavandone locali da adibire a botteghe. Nel 1913 l’edificio dovette subire l’ennesimo sfregio ad opera del consiglio comunale di quel tempo, che decise per la chiusura di altri sette interpilastri, per ottenere cinque botteghe verso la piazza. Questi restauri, diedero vita a notevoli proteste ed interventi in città, anche da parte della popolazione; un esempio illustre è l’intervento del professore Aristide Naccari che da “Il Martello” del 16 Agosto 1913, dichiara quanto segue: “di tutta la magnificenza non conserviamo adesso che questo solo edificio : “..ohimè come (è) ridotto ! sotto l’intonaco scialbo vi spari il bel camino dalla sua cortina a mattoni scoperti, vi spari pure la cornice d’incoronamento a linee spirali ed archetti ricorrenti : e l’inquadratura delle finestre a dentelli ; furono sepolte ben ottanta centimetri di altezza delle pilastrate, ed accecati la maggior parte degli intermezzi con le botteghe. Furono rovinati l’architrave ed i suoi mensoloni di sostegno ed ora si pensa di svisare del tutto la sua caratteristica costruzione, con l’inservirvi altre cinque botteghe sotto l’intercolunni anteriori..”.Il palazzo in data recente è stato oggetto di restauro dal lato della vena, e sarà successivamente restaurata anche la parte prospiciente la piazza, che oltre tutto, vi è inserito un capitello contenente una scultura in marmo, raffigurante la Madonna con Bambino, di notevole interesse storico-artistico.

                                                                                                                                             S. Varagnolo

Il Forte San Felice

 

Sentinella posta a guardia della nostra bocca di porto fin da quando era noto con la denominazione medievale di “Castello della Lupa o della Lova”, il Forte di San Felice fa, da secoli, parte di quel sistema di difesa voluto dalla Serenissima Repubblica per fronteggiare agli attacchi nemici provenienti dal mare. Scarsa la documentazione manoscritta relativa all’antico aspetto di questo baluardo difensivo che doveva presentarsi, in origine, come una palificata in legno costruita per fronteggiare la forza erosiva delle mareggiate ed una torre lignea usata per gli avvistamenti a distanza. Ricostruito in muratura dopo la guerra di Chioggia (1379 – 1381), il “Castello del porto clodiense” assunse un aspetto simile a quello di Famagosta a Cipro. Troppo esposta alla intemperie, questa “fortezza da mar” necessitò, nei secoli, di numerosi interventi  di ristrutturazione e risanamento tra i quali il più rilevante fu quello avviato nel 1538  su progetto di Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino, con la probabile collaborazione dell’ingegnere idraulico Cristoforo Sabbadino, intervento che oltre a conferirle un aspetto molto vicino a quello attuale ne potenziò il sistema di difesa. Dalla metà del XVI agli inizi del XVIII secolo, pari passo alla perdita dell’importanza della posizione strategica della fortezza, l’intero complesso verterà in uno stato  di degrado e abbandono. Sarà la ripresa delle ostilità di Venezia contro i Turchi, intorno alla metà del XVIII, a ridare valore strategico alla roccaforte clodiense. Importantissimi interventi di risanamento si registrarono a partire dal 1702, è in questi anni che non solo il castello assumerà la denominazione corrente di “Forte di San Felice” ma anche va collocata la realizzazione del monumentale portale in pietra d’Istria, opera di Andrea Tirali, che ancora oggi è visibile sia a chi transita in barca che a chi si ferma in piazza Vigo, a Chioggia, ad ammirare la splendida veduta dell’antistante bacino lagunare. Caratterizzato da una forma a stella, utile a ridurre, tagliandole, l’impeto delle onde e affiancato dai settecenteschi murazzi, atti a difendere la Laguna dalla furia del mare, il Forte, dopo la caduta della Serenissima Repubblica  (1797), nonostante una sua iniziale ripresa di valore strategico sfruttata anche durante i conflitti mondiali, attende da tempo di essere restaurato e rivalutato nel ruolo storico e strategico che ebbe nella storia della nostra città .                        

                                                                                                                                       Valeria Vianello

 

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CHIESE

 5) La Chiesa di S. Giacomo

Risalente al medio evo, costituita da  tre navate con portici verso la piazza, come descritto dal Vescovo Morari, distrutta da un crollo della volta absidale, fu ricostruita completamente a partire dal 1742, su modello di P. Pelli, per essere consacrata nel 1790. La chiesa al suo interno, custodisce la sacra immagine della Madonna della Navicella e lo zocco ( parte del tronco in cui la Madonna era seduta), nell’apparizione del 24 Giugno 1508 a Baldissera Zalon sul lido di Sottomarina, un tempo custodito nell’apposito santuario della Madonna di Marina,  poi andato distrutto nei primi dell’800’; questa collocazione ha fatto si, che la chiesa divenisse Basilica. La basilica nella conformazione attuale si presenta, a mononavata dominata in fondo al centro dall’altare maggiore di bellissima fattura, opera progettata nell’ottocento dal Prof. Aristide Naccari, che ha voluto incastonare al suo interno, appunto, la Madonna e lo zocco. Di notabile interesse anche il grande affresco del soffitto di 223 metriquadri, rappresentante “il martirio e gloria di S. Giacomo”, di Antonio Marinetti detto il Chiozzotto creatore delle figure, con la collaborazione del Mauri, vicentino, che realizzò l’architettura; inoltre sempre all’interno della basilica vi è conservato un altro dipinto, ad olio, raffigurante S. Giacomo di G.C. Bevilacqua 1793. Nella grande navata vi trova spazio, lungo le mura tutto intorno, ben nove altari, il tutto decorato da affreschi di recente ritrovamento (erano stati imbiancati secondo la moda del XX sec.), risalenti all’ottocento, e dipinti di N. Girotto, oltre che da dipinti votivi testimonianze della fede popolare

                                                                                                                   S. Varagnolo

 

 6) Tempio di San Martino

  Risalente al 1394, bellissima testimonianza del periodo successivo alla guerra di Chioggia del 1381, motivo per cui è stata costruita, visto che ormai la omonima contrada di S. Martino di Chioggia Minore era irrimediabilmente distrutta,  si dovette ripristinare un luogo di culto alle genti di marinaIn stile tardogotico, mononavata, con deliziosa abside sormontata da una cupola inclusa in un tiburio ottagono, è certamente uno degli edifici più importanti e di grande impatto scenografico della città di Chioggia.

                                                                                                                   S. Varagnolo

 

 7) Chiesa di S. Pieretto ( SS. Apostoli Pietro e Paolo)

Costruita tra il 1431 e il 1432, come testamento di Mazzagallo Pietro di Chioggia, risalente al 1380.La Chiesa è costituita da una singola navata, di piccole dimensioni, con abside a testa piana.Molto interessante è la lunetta tardogotica, incastonata sul portale; attualmente, dopo i restauri, è adibita ad allestimenti di mostre ed eventi culturali di piccola entità.

                                                                                                                                            

                                                                                                                 S. Varagnolo

 8) La Chiesa della SS. Trinità alias Chiesa dei Rossi o dei Battuti

Per chi osserva la chiesa della SS. Trinità passeggiando lungo la riva del canal Vena e non ne conosce con precisione la storia la potrebbe credere appendice della vicina S. Giacomo che maestosa vi sorge accanto. In realtà, a parte la stessa collocazione nel cuore della città,  distinta è la storia dei due complessi religiosi. Infatti, la chiesa, oggi dedicata alla SS. Trinità, e che i più giovani probabilmente non avranno mai visto aperta, a causa di un restauro che si protrae ormai da anni, era, nella sua fabbrica cinquecentesca, nota come sede dei “Rossi” o dei “Battuti”. Confraternita religiosa nata a Chioggia per volere di fra  Paolo Barbieri e con sede eretta nel giardinetto (“viridarium”), accanto al Palazzo Comunale, allora ridotto a deposito di immondizie. Fu così che in città sorse, nel 1528, la sede dei “Rossi” così chiamati per il colore della toga che i confratelli indossavano, una scelta probabilmente non casuale ma motivata dalla necessità di mimetizzare il colore del sangue che fuoriusciva durante la pratica dell’autoflagellazione alla quale si rifà l’appellativo di “Battuti”, ritratti con i flagelli in mano, ai lati di una croce penitenziale, sopra l’ingresso della chiesa. Se la chiesa fu rifabbricata nel su progetto di Andrea Tirali, dell’antico complesso si conservano ancora oggi l’oratorio ed il vicino campaniletto che una iscrizione leggibile dal cortile interno data al 1634 sebbene alcuni studiosi lo ritengano del 1691. Suggestiva e singolare è la veduta prospettica che si presenta agli occhi di chi il complesso religioso. Chi vi entrerà, infatti, sarà accolto da una chiesa sorta su una piana a croce greca ma sentirà lo sguardo rapito da ciò che sta oltre l’altar maggiore, con la raffigurazione della SS. Trinità, e che, volutamente, quattro poderose colonne in marmo lasciano intravedere: l’antico oratorio dei Battuti. Ambiente impreziosito da uno splendido soffitto a cassettoni adorno di tele di pittori del calibro di Paolo Piazza, Alvise Benfatti, Palma il Giovane, Andrea Vicentino. Fu l’aggregazione, nel 1580, all’Arciconfraternita della SS. Trinità romana ad aumentare prestigio, numero di affiliati ma soprattutto i fondi che permisero il rifacimento del soffitto dell’oratorio arricchito, a partire dal 1594,  di tele raffiguranti, con chiari intenti didascalici, scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. Nulla rimane dei dipinti che ornavano le pareti firmati Pietro Damini, Andrea Vicentino e Giacomo Palma sottratti al tempo delle spoliazioni napoleoniche. All’antica congregazione era legato il culto e la devozione per la Madonna dell’Asinello della quale, fino alla chiusura per restauro, si poteva ammirare, in uno degli altari laterali, il complesso scultoreo in legno raffigurante la Sacra Famiglia (attualmente  conservato presso il museo diocesano). L’immagine ricorda un’apparizione avuta nel 1615 da frate Adamo da Rovigo, di passaggio a Chioggia,  il quale, guardando dalla finestra della stanza del convento dei cappuccini (Ca’ di Dio, attuale sede della Biblioteca Civica) che lo ospitava, aveva visto, davanti alla processione che annualmente i Battuti facevano fino alla chiesa della Beata Vergine della Navicella, la Madonna con il Bambino, in groppa ad un asinello, affiancati da S. Giuseppe (iconografia tipica della sacra famiglia in fuga verso l’Egitto). Ottenuto, nel 1617, il riconoscimento dell’autenticità del fatto i Battuti iniziarono a far precedere (fino al 1877) le loro annuali processioni da un’immagine che ricordasse il fatto prodigioso. Il culto per la Madonna dell’Asinello andò scomparendo agli inizi del 1900 con lo scioglimento della Confraternita stessa.

                                                                                                                                         Valeria Vianello

 

 

SCULTURE

I Leoni di Chioggia

Se in epoca medievale furono le Repubbliche Marinare di Genova e Venezia che guerreggiarono per la conquista di Chioggia oggi a contendersi, metaforicamente parlando, il territorio cittadino sono invece due leoni, uno Alato e l’altro Rampante. È l’immagine del Leone alato che appare più frequentemente su facciate di edifici storici, eleganti palazzi, chiese o case private a sottolineare il dominio che un tempo (dal  1381 al 1797) fu di Venezia. Non si può non notarne la presenza quando maestoso, in posa andante, con il Vangelo aperto tra le zampe, dà il benvenuto a chi entra in città da sud, scegliendo di passare accanto a quella porta che, un tempo, rappresentava l’unico accesso dalla terraferma. Ma non serve camminare molto per trovare altri leoni marciani infatti se ben quattro sembrano riposarsi sorreggendo cartigli sulla Balaustra del vicino “Refugium Peccatorum” un quinto esemplare alato osserva nascosto sopra la porta della Cattedrale la zona sud della Piazza. Procedendo poi verso il centro ci si potrà imbattere non solo in altri simboli del dominio della Serenissima  ma in quello che è lo stemma di Chioggia, il Leone Rampante scelto come blasone  cittadino perché insegna di quel Clodio che, secondo la leggenda, scampato alla distruzione di Troia, fondò la prima Chioggia. Leoni rampanti appaiono un po’ dappertutto, su ponti, stipiti di porte e facciate di palazzi ma non è facile per loro liberarsi della massiccia presenza dei rivali marciani superiori per numero e soprattutto per fama. Una notorietà però non sempre legata all’antica potenza veneziana ne è esempio il Leone Alato che dall’alto della colonna di Piazzetta Vigo domina l’antistante bacino lagunare. Scolpito con la funzione di evidenziare la presenza del Dominio di Venezia su Chioggia a chi giungeva dal mare, questo leone nonostante le fauci socchiuse non sembra far paura a nessuno, deriso per le ridotte dimensioni viene infatti chiamato“el Gato de Ciosa” . Felino tra felini, questo gatto o leone che sia è sicuramente nel posto giusto in una Chioggia in cui  ghiottonerie a base di pesce non possono mancare mai!  

                                                                                                                                              Valeria Vianello

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